Da una parte all’altra

Io so camminare. So andare da una parte all’altra. E vado da una parte all’altra. E da una parte all’altra porto sempre qualcosa. A me piace vedere le cose che sono vicino a me, e ho pensato che anche alle cose piaccia, vedere che cosa c’è intorno a loro. Per quello me le porto in giro. Così esplorano anche loro, con me.

Da una parte all'altra

Prendo una maglietta della mia mamma dall’armadio e la porto sul divano del soggiorno. Prendo i miei pantaloni dal cassetto e li metto sotto il letto. Prendo il mio ciuccio e lo lascio sotto il tavolo della cucina. Prendo il mio flauto e lo metto nel sacchetto con le mollette. Prendo le cose da buttare dal sacchetto delle cose da buttare e le spargo sul pavimento, mettendoci anche i piedi sopra.

Di solito, poi, mentre porto in giro le cose, le agito, anche. Così vedono meglio, no? Soprattutto, agito le cose a cui succede qualcosa, quando le agito. Tipo il bicchiere dell’acqua, soprattutto quando è pieno. Tipo il telefono del papà, soprattutto quando passo vicino alle porte. Tipo le camicie appena prese dal cassetto, soprattutto quando mi capita di camminarci anche un po’ sopra.

Quello che non mi piace tanto è che, poi, le cose, non le trovo più. Perché non so dove sono andate a finire. Non capisco chi ce le ha messe, in quei posti strani. La collana della mamma, vi sembra che il suo posto sia la vasca da bagno? O le scarpe del papà, che ci fanno sotto la sedia della cucina? E il mio pannolino, perché è sul balcone? Perché insomma, se le cose si mettessero al loro posto, si perderebbe molto meno tempo. Giusto, no?

 

Una caciotta che cammina

Avete presente una caciotta? Uno di quei formaggi un po’ ciccioni, con un tondino sopra e un tondone sotto? Si, che sembrano essere una testa e un panciotto? Ecco, ce l’avete presente? Bene. Aggiungeteci un paio di gambotte ciccione, e sono io. E se questa caciotta con le gambe camminasse, mi assomiglierebbe ancora di più.Una caciotta che camminaPerché si, io ho imparato a camminare. Però qualche volta vado storto. E qualche altra dondolo, o perdo l’equilibrio. O sbando, o cado per terra. Con il sedere, se sono fortunato, o di faccia, se lo sono meno. E quando me ne vado in giro con la mia panzotta traballante e le gambe come un paperotto, mi sa che assomigliò un po’ a una caciotta. Una caciotta che cammina.

Perché io non solo sono largo come una caciotta, ma sono anche alto come una caciotta. Una caciotta o poco più. Sarà per quello che le persone ridono, quando mi vedono camminare. Perché di caciotte che camminano non se ne vedono mica tante, in giro. Perché forse faccio ridere, tutto traballante. Perché forse faccio ridere, quando cerco di andare veloce, e cado con la faccia in avanti. Perché forse faccio ridere, quando faccio ahahahahahahahahaha con la voce, come il rumore di una moto. Perché forse facciamo ridere, io e la mia mamma, che andiamo uno di qua e uno di là. Lei che mi dice vienicheandiamodiqua, e io che vado dalla parte opposta. Lei che spinge il passeggino in avanti, e io che torno indietro.

E ci mettiamo tanto tempo per andare in tutti i posti, perché io trovo sempre tante cose da guardare, lungo la strada. E non posso mica perdermele, no? E se mi accorgo che ne ho persa qualcuna, allora devo tornare indietro a controllare. È per quello che torno indietro, eh! Però poi mi stanco, con tutto questo guardare. E me ne torno a sedermi nel mio passeggino. Così, finalmente, riusciamo ad arrivare dove dobbiamo andare.

A modo mio

A modo tuo
andrai
a modo tuo
camminerai e cadrai, ti alzerai
sempre a modo tuo
A modo tuo
vedrai
a modo tuo
dondolerai, salterai, cambierai
sempre a modo tuo

A modo mio

È bello, poter decidere. È bello, poter scegliere. È bello, sapere di poter fare. È bello, perché ti permette di decidere cosa fare. È bello, perché ti permette di scegliere dove andare. È bello, perché ti permette di imparare a fare.

Perché il mondo è un posto meraviglioso, da scoprire. Da esplorare, un pezzo dopo l’altro. In cui camminare, con le proprie gambe. In cui osservare, con i propri occhi. In cui sbagliare strada, e poi ritrovarla. In cui inciampare, e poi trovare una mano che ti aiuta ad alzarti.

Perché sono caduto tante volte, per imparare a camminare. Perché tante volte sono riuscito ad alzarmi da solo. Perché tante volte sono riuscito a trovare qualcosa a cui attaccarmi, per alzarmi da solo. Perché qualche volta ho avuto bisogno che qualcuno mi aiutasse, perché ad alzarmi da solo non ci sono riuscito.

Però ho imparato, a camminare da solo. E mi piace. Perché se cammini da solo sai che potrai cadere, ma sai anche che potrai decidere tu dove andare.

Mi è sembrato di vedere un gatto!

Io ho incontrato un gatto, con il sopra nero e il sotto bianco, e gli occhi gialli. Io non avevo mai visto gli occhi gialli, prima di vedere gli occhi gialli di questo gatto. E ha pure la coda, lunga lunga, nera con una punta bianca. Che si muove un po’ di qua e un po’ di là, un po’ di là e un po’ di qua. Come se si guardasse intorno con la coda, controllando tutto quello che succede intorno.

Mi è sembrato di vedere un gatto

Perchè io volevo andare vicino al gatto, e tirargli la coda, e pensavo che lui non se ne accorgeva, che io mi avvicinavo. E invece se ne è accorto, ancora prima che io mi ero avvicinato. Mi ha guardato in faccia, e ha capito. Ha alzato le orecchie e la coda, e io non avevo ancora fatto il primo passo. Come ha fatto a capirlo, proprio non lo so. Forse perchè ho fatto uhuhuhuhu, ho alzato il dito verso di lui e l’ho guardato, per quello mi ha visto, e ha capito che volevo andargli vicino.

Io mi alzavo, e lui mi guardava. Io mi mettevo dritto dritto, e lui mi guardava. Io mettevo le mani sul tavolo per cominciare a muovermi, e lui mi guardava. Io mettevo i piedi vicini, lontani, vicini, lontani, e lui mi guardava. Io mi appoggiavo alla sedia, e lui mi guardava. Io mettevo i piedi vicini, lontani, vicini, lontani, e lui mi guardava. Io allungavo le mani verso di lui, e lui mi guardava. Io cominciavo a sorridere pensando a quando lo avrei toccato, e lui mi guardava. Io ero così contento che ero quasi riuscito a toccarlo, e lui mi guardava. Io ho fatto un altro passo per andargli vicino vicino, e lui se n’è andato.

Gatto, io volevo solo tirarti la coda, perché te ne sei andato?

Un piede davanti all’altro

Sto imparando, a mettere un piede davanti all’altro. Un passo, poi un altro, e poi un altro ancora. Per andare dove voglio, per fare tutta la strada che mi serve, per arrivare dove voglio. Perché anche quello che prima era lontano, ora diventa vicino. Ogni passo un po’ più vicino, sempre più vicino.

Un piede davanti all'altro

Ci sono tante cose che devo fare, prima di poter mettere un piede davanti all’altro. Devo riuscire a mettermi dritto, sui miei piedi. E mi serve qualcosa a cui aggrapparmi, che posso tirare per tirare su il sedere. Qualsiasi cosa va bene: una mano, una sedia, un muro, una gonna, una gamba del tavolo, una gamba e basta. Ed eccomi, dritto come uno spaghetto.

Ora che sono su due piedi, devo cominciare a muoverli, questi piedi. E allora appoggio prima le mani, poi sposto i piedi. Prima vanno le mani, poi seguono i piedi. Mani sul muro, mani sui divani, mani sui letti, mani dappertutto. E dietro, due piedi: vicini e lontani, vicini e lontani, vicini e lontani. C’ è però un problema, così. Perché così non si riesce a vedere bene dove si va. Perché dove si va, di lato, non è dove si sta guardando, davanti. E questo può creare qualche problema.

Ma ci può essere una soluzione: mi tengo con una mano sola, e mi giro a guardare in avanti, che guardare dove si va è sempre una buona idea. E poi, si può scegliere con che mano tenersi: quella di qua, o quella di là. O anche un po’ una e un po’ l’altra, eh.

Oppure, si può anche fare così: si mette un piede davanti all’altro, e tutto il resto viene da sé.