Di quando non trovo il ciuccio

Di quando non trovo il ciuccio

Apro un occhio, muovo una mano. Giro la testa, tocco il cuscino. Infilo la mano sotto il lenzuolo, sposto la coperta. Non lo trovo, non so dove sia. Controllo dietro la schiena di Titti, e sotto la testa di Affa. Non c’è, proprio non c’è. Il mio ciuccio, non c’è.

E’ che non ci vedo, quando guardo al buio. E se non vedo, proprio non riesco a trovare. Allora mi alzo dal letto, esco dalla mia camera, attraverso il corridoio, e accendo la luce. Poi strizzo gli occhi, e ne apro un pochino, piano piano. Quando capisco che comincio a vedere, allora ne apro un altro pezzo. E mi metto a correre, per tornare nella camera, a cercare il mio ciuccio.

Ed è in quel momento, che li sento. Dicono cose come chihaaccesolaluce, macosastafacendo, cheoresono. Io li lascio parlare, e corro a cercare. Tra le coperte, nelle lenzuola, sotto il cuscino. Oppure per terra. Guardo, tocco, cerco. E alla fine, trovo.

Beh, qualche volta lo trovo, il ciuccio. Qualche volta, no. Ed è allora che la luce che accendo è quella della loro camera. Così, mi aiutano a cercare. Schiaccio sull’interruttore, e corro. Poi dico notrovomiociuccio! Devo avere pazienza, lo so. Ma poi, si alzano. Guardiamo, cerchiamo, e poi, troviamo.

E allora mi prendo il mio ciuccio, e me ne torno nel mio letto. Sotto la coperta, la testa sul cuscino. Chiudo piano piano gli occhi, e mi addormento. Con il mio ciuccio.

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