Macchia e patacca

Macchia e patacca

E niente: provarci, io ci provo. Impegnarmi, mi impegno, pure. Mi siedo per bene con le gambe sotto il tavolo, la schiena dritta, le braccia vicino al piatto. Cucchiaio alla mano, bavaglino al collo. Eccomi, sono pronto. Infilo il cucchiaio nel piatto, apro la bocca, ed eccola lì, la macchia. In mezzo alla pancia.

Una grossa patacca lì, dove più si vede. Sul mio bel maglione. Chiara sullo scuro, scura sul chiaro. Tonda, e grande. Eppure, avevo fatto tutto, tutto quello che potevo fare, per non farla. Però, nulla, l’ho fatta. Anche se ero seduto bene. Anche se avevo preso bene in mano la mia posata. Anche se avevo fatto un boccone piccolo. Anche se, anche se, l’ho fatta, la macchia.

Uffa, però. E’ che io quello che potevo fare, l’ho fatto. Meglio, proprio non si poteva. O almeno, io non potevo. Contro lo spaghetto al pomodoro che gira facendo schizzare il sugo, il pezzettino di bistecca che non si vuole far pungere, lo yogurt che non fa altro che colare giù da tutte le parti, beh, io non so proprio cosa posso fare.

E allora, non faccio niente. Guardo la mia macchia, faccio un sospirone, e continuo a mangiare quello che ho nel piatto. Poi, prendo il mio bavaglino, lo tolgo, e pulisco la macchia. Piano piano, mi avvicino. Puccio il bavaglino nella macchia, e guardo cosa succede. Da una parte, e dall’altra. Poi, lo faccio di nuovo, una volta, e poi due. Fino a quando non ho pulito. E la mia macchia sono diventate due: una sul maglione, e una sul bavaglino. E da piccola che era, eccola lì, bella grande, tonda come il sole.

 

 

 

 

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