#lodicelamamma: questione di timidezza

#lodicelamma: questione di timidezza

Ci sono quelle volte in cui lo guardo, e vedo me. I miei modi, i miei comportamenti. Piccoli suoi modi di essere che sono anche i miei. Bambini suoi comportamenti che erano, e sono, i miei, un po’ stemperati da quei trent’anni di vita che ci separano. Nella sua timidezza, vedo la mia.

Lo guardo e lo vedo nascondersi dietro le mie gambe, quando incontra le persone che non conosce, o quelle che non riconosce. Lo osservo osservare gli altri, facendo spuntare gli occhi dal suo rassicurante nascondiglio. Lo scruto acquisire la consapevolezza che, forse, può abbandonare il suo rifugio e affrontare quei visi a cui fatica ad associare i nomi. Sorrido, constatando che saranno due o tre, i minuti che gli sono sufficienti, per tornare a conquistare la sua sicurezza.

Riconosco me, in quei suoi comportamenti. Ritrovo la me che sarei stata, se non mi fossi dovuta adeguare ai modi del vivere comune; ritrovo la me che sarei, se quei trent’anni che ho non mi avessero insegnato le sicurezze che ho imparato. Rivedo, nelle sue, le mie guance rossi e i miei occhi che si abbassano imbarazzati.

Cerco di immaginare quali siano le ragioni che alimentano la sua timidezza, e mi sforzo di capire quali siano i sentimenti che prova. Mi piacerebbe, d’istinto, vedere nel suo comportamento quella sicurezza che io, bambina, non ho mai avuto, e che solo ora, adulta, fingo, malamente di avere. Come se la timidezza fosse una complicazione alle relazioni sociali. Forse vorrei vedere in lui quella composta sfrontatezza che io non ho mai avuto, mai, nemmeno ora.

Ma poi mi ricordo qual è il mio ruolo, cosa preveda, e che cosa non comprenda. E ricomincio a pensare che no, cambiare i caratteri, i modi di essere e le inclinazioni dei miei figli non è previsto. Come deve essere e come è giusto che sia.

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