#lodicelamamma: apologia del cesareo

#lodicelamamma: apologia del cesareo

Le date di nascita dei miei figli sono state definite nello studio di un chirurgo. Sono state scelte guardando il calendario. Sono state incastrate all’interno di un piano operatorio. Perché i miei figli sono nati con il cesareo.

Io non ho fatto nulla, per far nascere i miei figli. Ho seguito le istruzioni, ho rispettato le indicazioni. Mi sono affidata a chi avrebbe fatto uscire i miei figli dalla mia pancia. Qualcuno ce li aveva messi nove mesi prima, qualcuno ce li avrebbe tolti nove mesi dopo. Mentre io me ne stavo sdraiata su un lettino operatorio, guardando la mia pancia aperta nel riflesso di una lampada e ascoltando le voci dei chirurghi. Io, che non ho partorito.

Non l’ho mai capito, perché il cesareo sia una colpa. Perché ci sia chi lo considera una colpa. E perché io mi debba sentire colpevole. Perché io colpevole non mi ci sono mai sentita. Di cosa, o per cosa, poi?

Come se la capacità di essere madre passasse attraverso il dolore del parto. O se l’amore per un figlio richiedesse sofferenza. Tanto più lungo è il travaglio tanto più grande è l’amore, funziona così? Io non lo so, come funziona: io sono quella che non ha partorito.

Io sono quella che non lo sa, cosa vuol dire partorire. Dare la vita a quel figlio che ha portato dentro per nove mesi. Già, non lo so. E lo volete sapere? Non mi interessa nemmeno, saperlo. Se è solo questo, quello che vuol dire, non mi interessa. La mia storia, quelle delle mie gravidanze, dei miei parti, è diversa. Ma è la mia, e quella dei miei figli. E non mi interessa altro.

Ho una vita intera per fare la madre. Non sarà certo il modo in cui madre lo sono diventata a farmi migliore o peggiore.

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