#lodiceilpapà: metri di giudizio

#lodiceilpapà: metri di giudizio

I nostri figli ci guardano e ci sentono. Ci osservano e ci ascoltano. Ci scrutano, ci controllano. Vedono le nostre azioni e i nostri comportamenti. E li giudicano, ci giudicano. Utilizzando parametri e metri di giudizio che riflettono quello che noi, genitori, abbiamo loro insegnato. E facendo ricorso ad un loro senso critico bambino. Ci studiano, ed emettono una sentenza.

Sono bravi, a coglierci in flagrante. Quando pensiamo che non ascoltino, stanno soppesando le nostre parole. Quando crediamo che non ci osservino, non hanno occhi che per noi. Noi, che facciamo quello diciamo loro di non fare. Noi, che usiamo quello che non lasciamo loro usare.

– Ora leggiamo libo, papà. Quetto lì, sotto cuscino. Vedi? Lì, papà. Ora no serve. Leggi storia, papà. Fetta Nello Porcello.
La festa di compleanno di Nello Porcello era la storia che voleva gli leggessi. Il quetto che dovevo lasciare lì era il telefono. Me lo ha preso dalle mani, e lo ha messo sotto il cuscino del divano. Poi, ci si è seduto sopra. Mi ha guardato, ha sorriso. Ha detto ora leggi, papà. E mi ha messo il libro tra le mani. Ha sfogliato le pagine, fino a quando non è arrivato alla storia che vedeva sentirsi leggere. Quella che voleva che io leggessì, a lui e con lui.

Perché loro ci guardano. E ci vedono distratti, con la testa e gli occhi persi dentro uno schermo colorato. Gli appariamo altrove, vicini eppure terribilmente lontani. E non trovano altro modo che fare quello che facciamo noi, con loro. Prendere il nostro gioco, e spostarlo, là dove non possiamo arrivare. In modo che la nostra attenzione torni lì, su di loro. Dove è giusto che debba stare.

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