Letto a due piazze

Letto a due piazze

Dove ci sta uno, ci stanno anche due. E forse forse, pure tre. Basta farsi piccini piccini. E vicini vicini, pure. Così vicini che dove finisce uno, subito inizia l’altro. Così vicini che sembra quasi di essere uno, più che due.

Sposta il braccio, metti più in là la gamba. Fermo con il piede, non muovere la testa. Certo, comodi comodi non è che si sta, eh. No, direi proprio di no. C’è sempre un pezzo che si deve spostare, ed uno che non si deve muovere. E c’è sempre qualche cosa a cui bisogna fare attenzione. Anzi, a cui io devo fare attenzione. Perché lei non deve fare proprio niente.

Sono io, quello che deve fare tutto. Anzi, quello che non può fare niente. Però, ecco, sono stato io, quello che lo ha voluto. Sono io, quello che lo ha chiesto. Ho chiesto di andare nel mio lettino. Con la mia sorella, pure. Vicini vicini. E le ho dato i baci, e pure le carezze. Sulle guance, sulla pancia, sui piedi.

Poi, lo ho presentato Titti, Affa, e Baubau. Glieli ho fatti vedere, e le ho spiegato chi sono. Mi sa però che non le sono piaciuti molto. Perché quando le ho fatto sentire come sono morbidi, ha cominciato a piangere, la mia sorella. Prima piano, poi forte, poi fortissimo. E lo so, che quei hanno pensato che ero stato io. Io, a farla piangere.

Io? Far piangere la mia sorella? No no no. Io non la faccio piangere, mai. Mai mai mai. O quasi mai, forse. Si beh, qualche volta è successo. Qualche volta. Ma non l’ho mica fatto apposta, no. E comunque, no, quella volta no, non ero stato io. Perché, che sia chiaro, anche se faccio la faccia da monello, non è mica detto che faccio cose da monello, eh!

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