Pupumba, ovvero le prime parole di una sorella

Pupumba, ovvero le prime parole di una sorella

Li chiama pupumba, lei. O cucumba, non lo so bene. Dice pupumba, e agita le braccia. Agita le braccia, come se avesse le ali. Dice pupumba, e agita le braccia. Sono gli uccelli, i pupumba, per lei. Le aquile che volano nel cielo, i piccioni che camminano sul marciapiede, le papere che nuotano nello stagno: pupumba. E’ così che li chiama lei, pupumba. Per la mia sorella, sono pupumba.

Non lo so proprio, perché lei li chiami così, gli uccelli. Eppure. Se le fai vedere un disegno di una gallina con i suoi pulcini, oppure se le indichi un passerotto che saltella sul balcone, lei dice sempre pupumba. Lo guarda, lo indica, poi ti guarda, sorride, agita le braccia, e dice pupumba.

Io ho cercato di spiegarglielo, che pupumba non vuole dire niente. Ho provato a dirglielo, che quelli che volano agitando le ali si chiamano uccelli. Mi sono avvicinato, ho messo la mia faccia vicino alla sua, e le ho detto, piano: uccelli! Ma niente, ha detto pupumba, lei, e mi ha sorriso.

Ho provato a pensare come le sia venuta in mente quella strana parola, ma proprio non lo so. Perché io mi sono impegnato tanto, per farle imparare le sue prime parole. E infatti, ha imparato a dire mamma e papà; e poi, Peppa. Le ho pure insegnato a dire Orso, quello di Masha. Ho provato pure con Paw Patrol, ma con quello non ci sono ancora riuscito.

E’ che lei sta ancora imparando a dire le sue prime parole. E quindi, non è che ne può dire tante. Ne dice ancora poche. Però, quelle poche che sa dire, le dice tante volte. Dieci, cento volte. Pure mille, forse. Se poi non la ascolti, continua a dirle fino a quando non la ascolti. Perché devi ascoltarla, lei e le sue prime parole. Lei, e i suoi pupumba. Che dice sempre, agitando le braccia come se avesse le ali.

 

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