Le notti delle mamme

Le notti delle mamme

Iniziano quando finiscono giornate che sembrano non finire mail, le notti delle mamme. Iniziano quando altri decidono che possono iniziare, e finiscono quando altri decidono che devono finire. Cominciano con una voce che canta una lunga ninna nanna e si chiudono con una voce che chiama ripetendo sempre lo stesso nome.

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E la mamma dice no

Quando tu vorresti salire sulla sedia e appenderti al cassetto più alto, e la mamma dice no. Quando tu vorresti far correre la tua macchinina con le ruote nere sul muro bianco del corridoio, e la mamma dice no. Quando tu vorresti prendere tutti i coperchi e sentire che rumore fanno quando cadono sul pavimento, e la mamma dice no. Quando tu vorresti mettere le mani nel piatto e poi toccarti i capelli, e la mamma dice no.

E la mamma dice no

Ci sono questi quando, e tanti altri. Tanti tanti tanti. Tanti tantissimi. Così tantissimi che di cose che si possono fare non ne rimane neanche una. Beh, quasi una, forse. E di quelle une che rimangono, di divertenti non ce ne sono. Neanche una. No no no. Proprio nessuna. Rimangono solo quelle noiose. Come mettere a posto i giochi dopo averci giocato, per esempio. Che divertente proprio non è.

Io non lo capisco, perché si possono fare solo le cose noiose. Sarebbe così divertente fare quelle divertenti. E ce ne sono così tante, di cose divertenti, che non bisogna neanche pensarci troppo, per farsele venire in mente. Sarebbe tutto così facile. Ma no, non si può. O almeno, non si può se la mamma ti vede. Perché certo che si può, se lei non ti vede.

 

Le cose al posto

Mensole, ripiani e cassetti. Ante e armadi. Scatole, scatoline e scatolette. Contenitori. Tutti i posti in cui devono andare le cose. In cui devono tornare, dopo averle usate. È questo che dice adesso, la mamma. Filippomettiaposto. Se prendo in gioco poi lo devo mettere a posto. Se butto per terra i libri poi li devo mettere a posto. Uffa, che noia mettere a posto.

Le cose al posto

È che adesso le è venuta questa idea, di mettere a posto. Di rimettere le cose al loro posto. Si, si possono usare, ma poi devono tornare dove erano. Più o meno. E più ne usi, più ne devi mettere a posto. E poi ci sono anche le cose fatte di tanti pezzi, come i mattoncini per le costruzioni. O i cubetti della torre. Quelli che svuoti la scatola sul pavimento veloce veloce, e poi lento lento devi rimetterci tutto, nella scatola. Un pezzo per volta. Tutti quei pezzi, un pezzo per volta.

E poi cerca di non farsi accorgere, e di non farmi capire che sto mettendo a posto. E io magari non mi accorgo, per un po’. Mi dice midaiquelcubettoperfavore? E poi me lo fa mettere nella scatola. Prendiillibro? E me lo fa mettere sulla mensola. E allora poi si, che me ne accorgo. E allora mi ricordo che non mi piace. Ma ormai mi ha già ingannato, quella lì, e io le cose le ho già messe a posto. E mannaggia, ha vinto lei, anche questa volta. Ma la prossima volta starò più attento, lo prometto.

Mamma!

Ciao mamma,

Oggi ci siamo salutati. Mi hanno detto di salutarti, che andavi al bar a bere un caffè. Io ti ho fatto ciao con la mano. Una volta. Poi un’altra. E poi un’altra ancora. Poi mi sono preso il mio ciuccio, e gli ho dato una bella ciucciata. Aiuta sempre il ciuccio, nei momenti in po’ difficili. E intanto anche tu mi facevi ciao con la mano, e anche con la voce. E prendevi le tue cose: la borsa e la giacca.

Mamma!

Poi ti ho accompagnato alla porta con la maestra Francesca. Il corridoio, e poi la porta. Hai aperto, e poi mi hai fatto ciao. E io ho capito che stavi andando via, per davvero. E io rimanevo lì. Allora mi è venuto un attimo di tristezza. E mi è scesa anche una lacrima, forse due. O tre.

Poi però sono andato nella mia classe, con i miei amici e le mie maestre. E ho pensato che i biscotti alle lacrime non sono mica tanto buoni, perché i biscotti dolci e le lacrime salate non stanno mica tanto bene insieme. E allora ho deciso di smettere di piangere, e di mangiarmi il mio biscotto. E già che c’ero, pure un altro, e un altro.

E poi mi sono accorto che il mio amico Filippo stava giocando da solo con lo stereo, e che aveva bisogno di compagnia. Allora sono andato anche io a schiacciare tutti i bottoni. E invece dei coccodrilli e dell’orango, sono arrivate le banane e i lamponi. E ancora non si è capito come abbiamo fatto, a mettere la radio. È che noi Filippi siamo bravi, non lo sapevi, mamma?

Il regalo per il compleanno

Cara mamma,

Volevo farti un regalo speciale per il tuo compleanno. Compi trentadue anni, non sono mica pochi, eh! Bisogna festeggiarli, tutti questi anni. Uno per uno, un compleanno per ogni anno. Avevo anche pensato a trentadue regali, ma poi ho pensato che no, sono troppi. Poi ti abitui, e non va bene.

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Allora mi sono concentrato su uno. Una torta, ho pensato. Ma poi ho pensato che tu metti troppo in alto tutte le cose per fare le torte, e io non ci arrivo nemmeno con la sedia. Facciamo che prendo uno dei miei biscotti dal pacchetto, va bene?

Poi ho pensato: dei fiori! Ma mi è venuto in mente che i fiori bianchi e gialli nel prato non ci sono più. Te li ricordi, quelli che cercavo di mangiarmi, che avevo tutti i pezzetti sulla faccia? Ecco, quelli: li hanno portato via quei signori rumorosi che sono venuti qualche giorno fa. Facciamo che prendo qualche fogliolina dalle piante di papà sul balcone, va bene? Tanto lui mica se ne accorge, se tu non glielo dici…

Allora mi è venuta un’altra idea: delle scarpe! Alle mamme piacciono le scarpe, vero? Io le sento, le femmine che parlano sempre di scarpe, soprattutto di quelle che fanno male ai piedi. Però ho pensato che tu hai i piedi grandi, e io non ne ho mai viste di così grandi, di scarpe come le mie, con i buchetti davanti. Ho sentito dire arrivanoalventicinque, e mi sa che non va bene. Facciamo che di scarpe ne hai già tante, e non te ne servono altre? Poi ora fa caldo, puoi andare in giro senza!

Torta, no; fiori, no; scarpe, no. Ma che cosa rimane, da regalare ad una mamma? Che cosa è, che le può servire? Io proprio non lo so. Ché poi, queste mamme, sono sempre lì a parlare, lo dicessero, che cosa vogliono. E invece no, bisogna indovinare. E poi ci rimangono male, se sbagli. Non è che qualcuno mi aiuta? Magari sono ancora in tempo…

Gli occhi del pesce lesso

La mia mamma ha gli occhi del pesce lesso, qualche volta. Quando guarda me che mangio il gelato, o quando guarda il mio gelato. O i miei biscotti, o i miei pezzetti di formaggio. O anche la mia pasta con le melanzane, o le mie albicocche tagliate piccole piccole.

Gli occhi del pesce lesso

Sembra che non mangi da mai, e che non mangi mai. Ti viene da pensare poverina, chissà che fame che ha. Almeno tantissima, deve averne. E invece no, mangia. Ne sono certo, perché la vedo. Mangia a colazione, il latte e i biscotti, e mangia a pranzo, le stesse cose che mangio io. Tante quanto ne mangio io, almeno. Che quindi sono tantissime, perché tutti dicono sempre, di me: quantomangiaquestobambino. Quindi dovrebbero dire, anche: quantomangiaquestamamma. Però non lo dicono, chissà perché. Comunque, mangia.

Eppure, vorrebbe mangiare sempre. Sempre sempre. Però non mangia sempre sempre. Solo quando si deve mangiare, più qualche altra volta. Ecco, di solito è lì, che fa gli occhi del pesce lesso. Prima di mangiare, le altre volte in cui mangia. Guarda le cose da mangiare con gli occhi del pesce lesso. Qualche volta poi li chiude, e dice nononono. Qualche volta invece li tiene aperti, e mangia. Mangia pure le cose che sono nel mio piatto, o quelle che nel mio piatto ci dovrebbero arrivare, ma non ci arrivano. Perché se le mangia prima lei.

Ma gli occhi del pesce lesso li fa anche quando mangia, e pensa laprovacostume! Ché io poi, questa storia della provacostume, non l’ho mica tanto capita: la pancia ci sta così bene, sopra il costume, perché mai dovrebbe essere un problema. Sbaglio?