Il bambino che non voleva mettere la giacca

Io sono un bambino bravo e buono. Che fa tutto quello che deve fare. Che fa tutto quello che gli dicono di fare. Che fa tutto quello che è giusto fare. E non dice mai di no. Perché i bambini bravi e buoni non dicono mai di no. Però, certo, c’è una cosa che non è che mi piaccia poi molto. Che non è che sono proprio contento di fare. E che non faccio.Il bambino che non voleva mettere la giaccaQuesta cosa che proprio non mi piace è mettermi la giacca. Andare a prenderla nell’armadio, toglierla dalla gruccia. Aprire la cerniera. Infilare una mano e poi l’altra. Chiudere la cerniera. Chiudere i bottoni. E poi uscire. A me non mi piace perché quando infili la mano, la manica del maglione si appallottola sempre. Perché quando chiudi la cerniera ti pinzi sempre il collo. Perché quando chiudi i bottoni ti tira la pancia.

E poi ti viene caldo. Perché tu hai la giacca, e gli altri no. E devi aspettare in casa fino a quando anche gli altri non si sono vestiti. Perché ormai sul pianerottolo non ti fanno più uscire, perché poi tu vai a suonare alla nonna di fronte per farti dare un biscotto al cioccolato. E non è che si può mangiare un biscotto al cioccolato tutte le volte che si esce. Perché poi non è che la giacca ti tira sulla pancia, quando chiudi i i bottoni. Se mangi troppi biscotti al cioccolato, quello che poi succede è che la giacca ti esplode. E non va mica bene.

Allora io scappo, quando devo mettere la giacca. Scappo e mi metto negli angolini, dove non riescono a prendermi. E quando mi prendono, io tengo le braccia molli come fichi, per non infilarle nelle maniche. E poi mi appallottolo tutto, per non chiudere la cerniera. E poi basta, mi arrendo. Aspettando che arrivi l’estate.

Il cappello con le corna

Certo che sono proprio strani, i grandi. Io proprio non li capisco, quando fanno quelle cose strane. Perché sono strane proprio. E la cosa strana, è che a loro piacciono, quelle cose strane. Si divertono. Ridono. E più le cose sono strane, più ridono. Forse sarà il Natale, che li rende strani. O forse saranno quelli strani giochi di Natale, che li fanno diventare ancora più strani.

Il cappello con le cornaForse lo conoscete anche voi, quel gioco di cui parlo. È il gioco in cui uno dà i numeri, e gli altri dicono cel’ho oppure mimanca. Poi ci sono quelli distratti, che chiedono mailventottoèuscito?, quelli chiacchieroni che si mettono a parlare con il vicino e poi dicono aspettanonhocapito, quelli sbadati a cui cadono i foglietti con su scritti i numeri e non sanno più quali sono usciti. E intanto, distratti, chiacchieroni e sbadati, mangiano tutti il panettone, mischiando i pallini per segnare i numeri con le bricioline e spatasciando le uvette sui foglietti con i numeri. Perché è Natale, e a Natale il panettone bisogna mangiarlo per forza.

Ma, direte voi, e la cosa strana, qual è? In fin dei conti, i grandi queste cose la fanno sempre. Anzi, le fanno così sempre che ormai strane non lo sono più. Ma questa che ora vi racconto, questa sì che è strana. Sentite qui: quello che ha il foglietto con tutti i numeri, vince. Vince il gioco, e vince pure un premio. Un premio brutto, però. Perché si, la regola è che il regalo deve essere brutto. E più è brutto, e meglio è. Brutto come un cappello con le corna. Oppure delle ciabatte a forma di maiale. Oppure una pallina di vetro con dentro la neve, finta però.

Cose così, si vincono a questo gioco. Brutte. Che però, ai grandi, piacciono. No no, che sono brutte lo sanno. Ma gli piacciono lo stesso. Li fanno ridere. E che ci volete fare, a volte basta poco, per far ridere i grandi. E non solo a Natale. Per fortuna.

Buzzoole

Gli aiutanti di Babbo Natale

Qualcuno mi raccontava la storia di questo Babbo Natale, che è un signore con la barba bianca e la pancia tonda che porta i regali ai bimbi buoni. Un signore a cui scrivi una letterina e gli spieghi quali sono i giochi che ti piacciono. Un signore che se ne va in giro con una slitta trainata dalle renne. Un signore che tutti hanno visto per finta e che nessuno ha mai visto per davvero.

Gli aiutanti di Babbo Natale

Una storia un po’ strana, quella di questo Babbo Natale, eh? Perché io mi domando, ma lui come fa a sapere se io sono stato buono? Certo, con me è facile, perché io sono sempre buono, ma con gli altri bambini come fa? Se ne guarda uno non può controllarne un altro, se ne spia uno non può vederne un altro. E poi, questa storia della slitta e delle renne che volano, a me non è che mi convince molto: come faranno mai a volare, le renne, se non hanno le ali? Io ho controllato, eh, non ce le hanno proprio le ali. Certo, hanno le corna, ma quelle non si possono mica usare per volare!

Per non parlare poi di quell’altra storia, quella che lui porta tutti i regali a tutti i bimbi la notte di Natale. Con una slitta con le renne, poi! Ma non è mica possibile, eh! Non è che possono andare poi così veloci, queste renne! Io le ho viste le foto delle renne di Babbo Natale: sono tutte cicciotte, non possono proprio essere così veloci!

Io ci ho pensato, e ripensato, e ripensato. E poi ho capito. Ho capito, si, come fa Babbo Natale. Deve avere degli aiutanti. Degli aiutanti speciali. Speciali specialissimi. Che lo aiutano a rendere le cose più facili. Perché non è mica facile il mestiere di Babbo Natale, eh. Trova il regalo giusto, controlla che sia proprio quello giusto, fallo arrivare al bambino giusto, stai attento che arrivi al momento giusto. E insomma, è facile sbagliarsi, con tante scelte da fare e tanti bambini da far felici. E pensate se dovesse pure mettersi a sceglierlo, il regalo giusto, quel povero Babbo Natale! Chissà quanto tempo ci metterebbe! Ma per quello, per fortuna, ci sono le letterine con i desideri dei bambini. A scegliere ci pensano le mamme e i papà. Ma anche loro possono avere gli aiutanti giusti.

Gli aiutanti di Babbo Natale

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Farsi i capelli belli

Io ce li ho i capelli, ora. Ci sono stati dei giorni in cui non li ho avuti, dei giorni in cui ne ho avuti pochi, dei giorni in cui li ho avuti corti. Ora ce li ho. Quasi dappertutto, anche. Certo, le orecchie sono ancora scoperte, ma non è che servano, lì sopra, i capelli, no? E pure sulla fronte, se ne può fare a meno, vero?

Farsi i capelli belli

Comunque, agli altri capelli che ho, io ci faccio lo sciampo. No, non tutti i giorni. Me lo ha detto Genni, che è la mia parrucchiera, e pure quella di papà. Se li lavo tutti i giorni si rovinano, e poi cadono. Eh no, ho pensato io, cadere no! Con tutta la fatica che ho fatto, ora me li tengo tutti attaccati, i miei capelli! Quindi, lo sciampo lo faccio un giorno si, e un giorno no. A volte, anche due giorni no, se la mamma decide no. O se si scorda se li avevo lavati il giorno prima. Certo che il bagno lo faccio tutti i giorni: sono un bambino pulito, io!

Comunque, quando mi lavo i capelli, io mi bagno la testa con l’annaffiatoio. Me lo rovescio sulla testa, e chiudo forte forte gli occhi. La bocca, quella invece mi dimentico sempre di chiuderla: dovrò stare più attento, mi sa. Quando i capelli sono tutti belli bagnati, mi metto lo sciampo, e faccio tutte le bolle come il coniglietto del mio libro degli animali. Me li strofino per bene, da tutte le parti. Alla fine, li pulisco dalla schiuma, con la docciaatelefono. Che è una doccia che sta nella vasca da bagno, e si tiene in mano. Non vicino all’orecchio, però, sennò da sopra la testa lo sciampo non se ne va mica via.

E alla fine, quando sono tutto pulito, mi pettino con la spazzola, mi metto tutti i capelli di lato e me li asciugo con il fon. Io non ho ancora capito se mi piace o no, questo fon, perché tutti quell’aria calda in faccia la trovo un po’ fastidiosa. Però, che ci volete fare, per essere belli bisogna pur sopportare un po’ di fastidio, no? E alla fine, io bellissimo lo sono davvero!

#lodicelamamma: regali

Ci abbiamo pensato, li abbiamo cercati, li abbiamo scelti, li abbiamo comprati, li abbiamo aspettati, abbiamo controllato che fossero quelli giusti. Li abbiamo messi tutti in fila sul tavolo, insieme a carte, nastri, forbici e fiocchi, e li abbiamo impacchettati.

#lodicelamamma: regali

Abbiamo ritagliato la carta, abbiamo preparato i pezzetti di scotch, abbiamo scelto i colori dei nastri, abbiamo appiccato i bigliettini, ci abbiamo scritto sopra da a. E poi, li abbiamo messi sotto l’albero. Uno, due, dieci; prima pochi, poi tanti. Prima impilati con ordine, poi sparsi sul pavimento. Colorati e disordinati. Sotto l’albero ce li abbiamo portati uno per volta, e ogni volta era un sorriso, perché sotto l’albero, di pacchetto, ce n’era uno in più. Non importava che fosse grande o piccolo, importava che ci fosse. Non importava che nome ci fosse scritto sul biglietto, importava che andasse anche lui sotto l’albero, con gli altri.

E ogni volta che portavi un pacco sotto l’albero, correvi. E ogni volta che ce lo lasciavi, lo indicavi sorridendo. Perché era uno in più, oltre i tanti che già c’erano. E ogni volta che qualcuno ti chiede Filippodovesonoiregali, tu verso quell’albero ci corri, lo indichi con quel dito cicciotto, dici uhuhuhuhuh, e sorridi. Sorridi, e ti sorridono gli occhi, le guanciotte e la bocca. Sorridi, orgoglioso del tuo albero con tutti i regali sotto. Come se fossero tutto merito tuo. E forse un po’ lo sono, merito tuo.

 

Cosa mi è piaciuto, questa settimana

Posso stare tranquillo, ora. Il mio papà è salvo. E anche il suo dito è salvo. Mi ero molto preoccupato, perché mi era sembrato che gli fosse successa una cosa gravissima, a quel dito. Che forse non ce l’avrebbero fatta, lui e il dito. E invece, ce l’hanno fatta. Tutti e due.

Cosa mi è piaciuto, questa settimana

Domenica scorsa il mio papà si è tagliato un dito. No, non è che si è tagliato via un dito. Ci si è fatto un taglio, sul dito. E gli è uscito il sangue. Appena ha cominciato a vedere sangue, ha subito detto corrivalecorri, e la mamma è corsa. Un po’ a modo suo, ma è corsa. Ha guardato il dito rosso, e subito ha detto migiralatesta. Non perché il dito fosse tanto rosso, no no. Alla mamma non serve tanto rosso per farsi girare la testa. Gliene basta anche solo un gocciolino, di rosso. Però si è fatta forza, gli ha preso un cerotto e se ne è andata.

Il mio papà allora ha chiamato NonnoC, che è un dottore. Non è proprio un dottore delle dita, ma la domenica bisogna accontentarsi di quello che c’è. E il mio papà e il suo dito si sono accontentati. NonnoC ha detto di non preoccuparsi, che sarebbero sopravvissuti, e che no, non bisognava andare all’ospedale. Ma il mio papà ha voluto che NonnoC lo vedesse per bene, il suo dito, e glielo ha portato. NonnoC lo ha guardato, e gli ha ridetto di non preoccuparsi, che sarebbero sopravvissuti, e che no, non bisognava andare all’ospedale.

Il mio papà si è dovuto fidare. Ma se ne è preso cura lui, del suo dito. Tutte le mattine ci ha messo il disinfettante, poi il cerotto speciale, e poi il cerotto normale. Tutte le mattina, da lunedì. Che vuol dire martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato. Oggi no, niente cerotto. Perché oggi è guarito. E io me ne posso stare tranquillo, finalmente.