Con forchetta e cucchiaio

Sono le cose che ci vogliono per mangiare, la forchetta e il cucchiaio. Poi sì, ci sarebbe pure il coltello, ma quello lo possono usare solo i grandi. Perché taglia, e solo i grandi possono tagliare. Per i bimbi, forchetta e cucchiaio bastano. E se non bastano, ci sono sempre le mani.

Con forchetta e cucchiaio

Quando ero piccolo, mi dava da mangiare la mia mamma, con il cucchiaio. Cucchiai e cucchiai di quelle pappette brodose che non sapevano di niente. E quel poco di cui sapevano, era cattivo. Poi finalmente sono arrivate le cose buone, e con loro è arrivata la forchetta, che mi sta molto più simpatica. E al nido, sono arrivate le mani, che sono la cosa migliore di tutte.

Ehi sì, perché quando sono a casa si mangia con le posate. Mani no, come se non ci fossero. Però non è che sia proprio facile usare la forchetta e il cucchiaio, eh. La forchetta che cerchi di pungere le cose e scappano sempre nel piatto, e appena le pungi ti cadono sul tavolo prima di arrivare in bocca. Il cucchiaio sì, è meglio per raccogliere, però se lo giri cade giù tutto, mannaggia. Se sei fortunato, sul tavolo. E allora usi le mani. Ché non è che si può stare a perdere tempo, la fame è fame!

Per fortuna che al nido si possono usare, le mani. Certo, la forchetta e il cucchiaio ce li danno. E io li uso, anche. Li tengo in una mano, e con l’altra mangio. Ogni tanto ci provo ad usarli, ma mi stufo subito. Si fa troppa fatica, e a me non piace fare fatica. Per mangiare, poi: vi sembra che si possa far fatica per mangiare? È così facile evitarlo…

Il posto nascosto

Ci sono delle volte in cui lo capisco, che è meglio scappare. Scappare velocissimo. E andare dove nessuno mi può trovare, almeno per un po’. In un posto che nemmeno se ci pensi ti viene in mente. In un posto nascosto, ma così nascosto che sembra quasi non esserci. E io l’ho trovato, il mio posto nascosto. Ora ve lo dico, ma voi non lo dovete dire a nessuno, va bene?

Il posto nascosto

Allora, il mio posto nascosto è in cucina. Eh già, direte voi, in cucina! Ma non è mica un posto nascosto, la cucina. Certo che no! E infatti, non è che me ne sto lì in mezzo alla cucina, io. No, no, certo che no. Io mi vado a mettere in un posto nascosto in cucina! E va bene, ve lo dico. Io mi metto sotto il tavolo.

Faccio così: quando corro in cucina, faccio tutto il giro del tavolo, fino ad arrivare in quello spazio stretto stretto che sta proprio fra il tavolo e il muro. E vado fino in fondo, che più in fondo di così non si può. Sposto tutte le sedie, mi faccio piccolo piccolo, e mi infilo sotto. E aspetto.

Di solito non è che aspetto molto. Perché di solito non ci mettono molto, a trovarmi. Forse perché rido forte, mentre scappo per andare a nascondermi sotto il tavolo. O forse perché corro così veloce che lascio sempre il tappeto della cucina arrotolato. O forse perché sbatto le sedie contro il muro, e poi le lascio lì, in mezzo alla cucina. Ancora non l’ho capito come mai, ma non faccio neanche in tempo a nascondermi per benino, che subito arriva la mamma e mi dice monelloescidalì. E io proprio non lo capisco, come fa a trovarmi. Dite che mi devo cercare un altro posto nascosto, forse?

La teoria della relatività

All’asilo, al mio asilo c’è un bambino che si chiama Filippo. Filippo come me. Lui è piccolo, e magro. Io sono grande, con il panciotto. Lui si chiama Filippino, io Filippone. Eravamo Filippo tutti e due, all’inizio. Però quando chiamavano Filippo, ci giravamo in due, o non si girava nessuno. E così, siamo diventati Filippino e Filippone. Così nessuno si può sbagliare. E nessuno può fare finta di niente.

La teoria della relatività

Domenica ho conosciuto un Filippo. Un Filippo grande, che fa l’asilo dei grandi. Ed è un grande, nell’asilo dei grandi. È grandissimo, quindi. E quando chiamavano Filippo, io pensavo sempre che chiamavano il Filippo grande. E lui pensava che chiamavano il Filippo piccolo. E allora, lui è diventato Filippogrande, e io Filippopiccolo. Così nessuno si può sbagliare. E nessuno può fare finta di niente.

Quindi, insomma, io capisco questo: che io sono piccolo e grande, insieme. Ché se mi guardi con un grande, io sono piccolo. Ma se mi guardi con un piccolo, io sono grande. E allora questo vale per tutto, no? Ché se guardi me e uno di quei bambini che chiudono sempre la bocca davanti ad un bel piatto di pasta con il sugo, allora io mangio tanto. Mentre se mi guardi con NonnoC, che finisce sempre quello che c’è sulla tavola perché altrimenti è da buttare, allora io mangio poco.

E se mi guardi con uno di quei bambini che dicono sempre si e fanno sempre quello che vuole la mamma, allora io sono un po’ monello. Ma se mi guardi con quei bambini che buttano tutte le cose per terra e fanno le linguacce, allora io sono proprio proprio bravo. O un po’ monello lo rimango sempre?

Ma ne siamo proprio sicuri?

Si dicono tante cose, sulle cose da mangiare. Se ne dicono così tante, che forse forse sono troppe. C’è chi ne dice una, e chi ne dice un’altra. C’è chi dice si, e chi dice no. E chi dice forse, pure. E tu non sai mai chi ha ragione. Se poi c’è davvero qualcuno che ce l’ha, ragione.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Io sono andato alla fattoria, a vedere gli animali. Gli animali quello veri, eh. Quelli che camminano e che fanno i versi. Quelli che stanno all’aria aperta e che mangiano le cose buone. Le mucche, gli agnelli e le galline. Le galline sono quelle basse, bianche, con le zampe arancioni, lo sapevate, no? Quelle che fanno coccodè. E quelle che fanno pure le uova. Le ovette buone buone, quelle per i bimbi. Si, perché si devono dare ai bimbi le ovette buone buone della gallina della fattoria, giusto? Sì, giusto! O forse no.

Io sono andato al supermercato, a comprare le cose da mangiare. Pane, latte, formaggio. E uova. Uova? Ma non avevamo già le ovette buone buone della gallina della fattoria? Quelle che prendi dalla pancia della gallina, fai toctoc sul guscio e te le mangi, subito subito? Perché le uova della fattoria sono meglio di quelle del supermercato! Si, giusto. O forse no.

Ma ne siamo proprio sicuri, che esistano cose che sono solo giuste e cose che sono solo solo sbagliate? Siamo proprio sicuri, che quello che crediamo sia giusto? Siamo proprio sicuri, che abbiamo scelto di informarci nel modo giusto? Insomma, siamo sicuri di che cosa sia giusto?

Forse no, a volte non è che siamo proprio sicuri, di quello che sia giusto. Cliccate qui:

Ma ne siamo proprio sicuri?

A.I.D.EP.I. (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) ce lo insegna, con l’#operazionefalsimiti: dobbiamo riaffermare le verità alimentari per fare corretta informazione in campo nutrizionale.

L’iniziativa, che avrà luogo su Merendineitaliane e sul blog Ore17, potrà contare sul supporto di un team di specialisti, composto da medici, nutrizionisti ed esperti di alimentazione: Franco Antoniazzi (tecnologo alimentare), Valeria Del Balzo (nutrizionista e biologa), Michelangelo Giampietro (medico chirurgo specialista in scienza dell’alimentazione e medicina dello sport) e Luca Piretta (gastroenterologo e nutrizionista) che, partendo dalle proprie competenze e con il supporto di fonti scientifiche autorevoli e accreditate, cercheranno di spiegare gli aspetti critici dei diversi temi trattati per ristabilire la verità oltre la bufala.

Se hai qualche dubbio sul fatto di essere di fronte o meno ad una bufala manda anche tu la tua domanda: basta inviare un tweet con l’hashtag #OperazioneFalsiMiti a @Ore17_it e i loro esperti risponderanno!

#lodicelamamma: fatica

La fatica. Della stanchezza delle poche ore di sonno, del pianto a metà della notte. Di alzarsi continuamente. Di dover rincorrere. Di dover sempre stare attenti. Di non potersi distrarre mai.

#lodicelamamma: fatica

 

La fatica. Della pazienza che a volte sembra non bastare. Di una corda che prima o poi si spezza. Di un capriccio sfinente. Di una prova e di una sfida continue. Di non riconoscersi nelle reazioni scomposte. Di chiedersi se sia quella la scelta giusta. Di sapere che si potrebbe sempre fare meglio.

La fatica. Della solitudine dei pomeriggi d’inverno. Delle lunghe passeggiate con il caldo dell’estate. Della scomodità della pioggia quando devi uscire di casa. Delle costruzioni che cadono sempre troppo presto. Di un libro di cui si leggono solo le prime due pagine.

La fatica. Di non ritrovare le tue scelte nelle scelte degli altri. Del giudizio per le tue scelte. Delle questioni di principio. Di non riuscire a portare avanti le proprie scelte. Di doversi mettere da parte, sempre. Di venire sempre dopo un altro. Di doversi dire dopo, forse.

La fatica. La fatica di voler bene.

Le cose al posto

Mensole, ripiani e cassetti. Ante e armadi. Scatole, scatoline e scatolette. Contenitori. Tutti i posti in cui devono andare le cose. In cui devono tornare, dopo averle usate. È questo che dice adesso, la mamma. Filippomettiaposto. Se prendo in gioco poi lo devo mettere a posto. Se butto per terra i libri poi li devo mettere a posto. Uffa, che noia mettere a posto.

Le cose al posto

È che adesso le è venuta questa idea, di mettere a posto. Di rimettere le cose al loro posto. Si, si possono usare, ma poi devono tornare dove erano. Più o meno. E più ne usi, più ne devi mettere a posto. E poi ci sono anche le cose fatte di tanti pezzi, come i mattoncini per le costruzioni. O i cubetti della torre. Quelli che svuoti la scatola sul pavimento veloce veloce, e poi lento lento devi rimetterci tutto, nella scatola. Un pezzo per volta. Tutti quei pezzi, un pezzo per volta.

E poi cerca di non farsi accorgere, e di non farmi capire che sto mettendo a posto. E io magari non mi accorgo, per un po’. Mi dice midaiquelcubettoperfavore? E poi me lo fa mettere nella scatola. Prendiillibro? E me lo fa mettere sulla mensola. E allora poi si, che me ne accorgo. E allora mi ricordo che non mi piace. Ma ormai mi ha già ingannato, quella lì, e io le cose le ho già messe a posto. E mannaggia, ha vinto lei, anche questa volta. Ma la prossima volta starò più attento, lo prometto.