Questione di dimensioni

Lungo o corto. Stretto o largo. Magro o grasso. Tondo o dritto. E’ tutta questione di dimensioni. La stessa questione per cui le magliette hanno sempre le maniche lunghe e la pancia stretta. O la stessa questione per cui i pantaloni hanno sempre le gambe lunghe e la pancia stretta. E quando mi vesto devo sempre fare i rotolini, alle maniche e ai pantaloni. E ho sempre l’ombelico di fuori. Mani calde e pancia fredda, insomma, e non è che sia proprio comodo. Perché quelle maniche sono sempre in mezzo, quando faccio le cose: finiscono nel piatto con la pasta al pomodoro quando mangio o sotto l’acqua del rubinetto quando mi lavo le mani. O mi fanno incastrare le dita quando gioco, ché poi i giochi mi vengono male, e mi arrabbio.

Questione di dimensioni

E quella pancia fredda, con la maglietta che si ferma lì, a metà. Che non è corta, e non è nemmeno lunga. E non si capisce bene, che cosa sia. Lunga sulla schiena, che arriva fino al sedere, e corta sulla pancia, con l’ombelico di fuori. Un po’ lunga e un po’ corta, a seconda di dove la guardi. Che se guardi da dietro è lunga, ma se guardi da davanti è corta. Eppure, se la guardi senza me dentro, è dritta. E dovrebbe arrivare allo stesso punto davanti, e pure dietro. E invece no, perché davanti c’è la pancia, che la fa diventare corta. Certo, dietro c’è il sedere, ma la maglietta finisce prima, del sedere. E poi, il sedere è più piccolo della pancia, e tanto, pure.

Allora io ho pensato una cosa: se davanti c’è la pancia, che dietro non c’è, e se dietro la maglietta che è corta davanti diventa lunga, perché non le fanno storte, le magliette, invece di farle dritte? Un po’ più lunghe davanti, così finalmente gli ombelichi rimangono coperti. Buona idea, no?

#lodicelamamma:leggerezza

Capita di pensarci, alla leggerezza. A quella leggerezza che ti permette di non dover programmare, di non dover organizzare. Che ti permette di decidere e andare, senza dover pensare. Hai voglia? Fallo. Non hai voglia? Non farlo. Così, semplicemente. Senza doverti porre il problema, se sia possa fare oppure o no. Senza doverti chiedere, se ci siano controindicazioni oppure no.

#lodicelamamma:leggerezza

Quella leggerezza che fa la differenza fra quando devi pensare soltanto a te e quando devi pensare anche ad altri. A quei piccoli altri che hanno grandi esigenze. Che hanno desideri, volontà e aspettative. Che fanno fatica ad andare d’accordo con quella leggerezza di chi non ha pensieri. Perché i pensieri, piccoli o grandi che siano, li hai per qualsiasi cosa, se oltre che a te devi pensare ad un piccolo altro. Che tanto più è piccolo, tanto più ti richiede cose che con la leggerezza mal si conciliano.

Poi, certo, si può cercare di mantenerla sempre, un po’ di sana leggerezza. Ma forse, a volte, non si può, semplicemente. A volte devi programmare, organizzare. Per forza. Per evitare che quella leggerezza iniziale diventi una pesantezza ingestibile. Perché sì, è vero che ci si abitua a molte cose, ma non a tutte. Perché l’adattabilità ha un limite che, per quanto lontano, è ben presente. E l’adattabilità non diventa mai quella leggerezza senza pensieri che ti fa rispondere seguendo solo quello che, in quel momento, hai voglia di fare.

Perché cambiano tante cose, e cambia anche questa.

Cosa mi è piaciuto, questa settimana

Questa settimana ho fatto il cuoco, di torte. Anzi, il pasticcere, che è il nome del cuoco di torte, giusto? Ho cucinato delle torte, buonissime. Anzi, a dire il vero, ho cucinato tre volte la stessa torta, che però vale come tre torte, no?

cosa mi è piaciuto, questa settimana

Quella che è venuta più buona di tutte l’ho fatta con il mio papà, che ci ha aggiunto un ingrediente segreto. Anzi, due. Ed erano più segreto dell’altro. Quello meno segreto erano le mele, che quando mangiavi la torta ti accorgevi che c’erano, e segrete non lo erano più. Quello più segreto era un polverina che si chiama cannella, che non si vedeva ma si sentiva. E poteva rimanere segreta, perché non era mica facile accorgersi che c’era lei, dentro la torta.

La parte più divertente è stato far girare intorno le uova, veloce velocissimo, fino a quando non hanno fatto tutta la schiumetta. Era pure una parte rumorosa, e a me le cose rumorose mi piacciono. Così come mi piacciono quelle cose che se sbagli tutto va in giro dappertutto, e con le uova era proprio così. Non è successo però, ché le uova se ne sono rimaste al loro posto, nella ciotola.

E poi alle uova abbiamo messo insieme tutte le altre cose, quelle che servono per le torte, e poi gli indredienti segreti, anche se ora che ve li ho detti tanto più segreti non sono. Poi abbiamo messo nel forno, acceso la luce, e aspettato. Aspettato che arrivava il momento di mangiarla, la torta. Perché, alla fine, la parte migliore di fare una torta è proprio quella, mangiarla.

Il negozio delle macchine

Se alle femmine piace andare nel negozio dei vestiti e mettersi addosso tutto quello che trovano per poi dire nonmistabeneniente, ai maschi piace andare nel negozio delle macchine. A guardare le macchine, a girarci intorno, ad aprire le porte, a sedersi sui sedili e a fare finta di guidare.

Il negozio delle macchine

Li vedi, i maschi, tutti sorridenti intorno a quattro ruote, che guardano dappertutto, toccano dappertutto e chiedono di tutto. Facendo finta di capire tutto. E facendo finta che sia tutto importantissimo. E che tutto debba essere il più bello che c’è. E immaginando quanto sarebbe bello potersene andare in giro per la strada, con quelle macchine grandi.

Con quelle macchine grandi che guardano tutti. Dicendo uauchebella. E loro, i maschi, che fanno la faccia orgogliosa quando si accorgono che gli altri si accorgono della loro macchina grande. E rumorosa, ché al semaforo deve essere quella che fa più rumore di tutte. E veloce, ché deve essere quella che va più veloce di tutte, chissà per andare poi dove.

Eh si, lo vedi proprio, che i maschi fanno tanti sogni, quando guardano le macchine grandi. Li vedi che guardano la macchina, ma che dopo un po’ non la vedono più. Si vedono loro, nella macchina. Che fanno le curve sulle strade con le curve, che vanno veloci sulle strade dritte, che frenano facendo rumore ai semafori.

Contenti e felici della loro macchina grande, proprio come le femmine sono contente e felici delle loro scarpe che fanno male ai piedi.

Perché la ruota gira

Io sono molto contento che ci sia stato qualcuno che abbia pensato alle ruote. Qualcuno a cui, un giorno, sia venuto in mente di fare una ruota. E di usarla, per far camminare le cose. La mia ruspa e la mia macchinina della polizia hanno le ruote, il mio carrellino giallo e rosso ha le ruote, e anche il mio passeggino e il mio triciclo hanno le ruote. Persino il mio camioncino della pizza ha le ruote. E a me piacciono molto, tutte le cose che hanno le ruote. Perché le spingi, e loro vanno dove vuoi tu. O quasi.

Perchè la ruota gira

Metti una mano sul tuo gioco con le ruote, e lo tieni forte. Poi pieghi il braccio con cui lo stati tenendo, fino a che riesci a piegarlo. E poi, veloce veloce, lo metti dritto, il braccio.. E lui, il gioco, va, dove vuoi tu. Ecco, dove vuoi tu se sei stato bravo a fargli capire dove vuoi che vada. Perché a volte non è che capiscano proprio bene, i giochi. E qualche volta se ne vanno per la loro strada.

E allora devi fare un controllo, e controllare che le ruote funzionino per benino. Devi prendere il tuo gioco, e metterlo a testa in giù: ruote sopra, tetto sotto. Così riesci a vederle, le ruote. E provare a farle girare con il dito. Prima piano, poi veloce. Prima una, poi tutte le altre. E quando sei sicuro che funzionino, allora lo rimetti a testa in su, il tuo gioco. Che così, insomma, sta più comodo pure lui. E se continua ad andare dove vuole, allora non ci puoi proprio fare niente. Perché la ruota gira, non lo sapevate?

Febbre

Io ho avuto la febbre, per tantissimi giorni. Almeno due o tre. E il dottore ha detto che con la febbre me ne dovevo stare tranquillo a casa, senza uscire. Senza andare a passeggio. Senza andare a giocare in giardino. Senza andare neanche all’asilo. Dovevo starmene lì tutto solo in casa, senza fare niente. Triste e solo, con il mio pigiamino con i dinosauri.

Febbre

E ho dovuto pure prendere le medicine. Solo quelle cattive, però. Perché di medicine buone non ce ne sono, lo dice sempre NonnoC. E le ho dovute prendere tante volte al giorno, che proprio non ce la facevo più. E poi ho dovuto misurare la febbre, che non è una cosa proprio divertente, quando sei un bambino. Perché se i grandi la febbre la misurano sotto le ascelle, i piccoli la misurano sotto il pannolino. E non è che sia proprio la stessa cosa, eh. E poi ho dovuto tenere pulito il naso, che vuol dire che mi tengono fermo come un salame e mi ci mettono dentro l’acqua, in quel mio povero naso. Come se non fosse già abbastanza intasato.

Insomma, una vitaccia. E io mi sono pur dovuto consolare in qualche modo, no? Allora ho pensato di mettermi a fare tutte le cose che non si devono fare, che sono sempre quelle più divertenti. Tipo spingere la televisione o agitare il telefono. Aprire il cassetto delle pentole e buttarle tutte sul pavimento. Tirare fuori le cose dagli armadi e metterci sopra i piedi. Cose così, insomma. Ma niente, non me le hanno fatte fare, neanche se ero malato. Allora io deciso una cosa: che a me essere malato non mi piace, e la febbre non la voglio più. Capito?