La lunga strada verso il mare

L’ho fatta tutta io. Con i miei piedi, un piede davanti all’altro. Un passo dopo l’altro. Solo una mano, per aiutarmi a non cadere, e un dito, per farmi vedere dove andare. E poi, solo tanti passi, per arrivare dove volevo arrivare. Tanti passi, nella lunga strada verso il mare.

La lunga strada verso il mare

Prima di partire mi sono dovuto mettere le scarpe, che mi stanno un po’ antipatiche. Così antipatiche che cerco sempre di trovare il modo per non metterle. E allora faccio i piedi a palla, così non ci entrano, nelle scarpe. Oppure apro tutte le dita, così non ci stanno, nella scarpa, e bisogna sempre ricominciare da capo. Poi, mi rassegno, e mi ricordo che alla fine non sono poi così antipatiche, le scarpe.

Poi ci sono le scale, che quando le faccio la mamma mi dice nonfareilpassopiùlungodellagamba, che io non capisco mica cosa vuole dire. Forse che io voglio fare un passo per un gradino? E perché, quanti ne dovrei fare, scusate? Dopo le scale c’è l’erba, e quella sì che mi sta antipatica, ma antipatica che non cambio idea. Mica come le scarpe, che poi mi diventano simpatiche. No, l’erba proprio non mi piace, perché mi pizzica i piedi. E a me non piace, avere i piedi pizzicati.

Per fortuna, dura poco. E poi arrivano i sassi, che sono un po’ storti, ma almeno non pizzicano. Ma la parte più bella è la fine, perché nella terra si trovano tantissime cose interessanti. I sassolini che ne raccolgo uno e ne lascio un altro, ma poi torno indietro a riprenderlo perché ho cambiato idea; i legnetti che devo cercare quello più lungo per portarlo fino in spiaggia e buttarlo nel mare; le foglioline che bisogna assaggiare perché non si sa mai che se ne trovi una buona; le formichine che guarda come vanno veloce vediamo se riesco a rincorrerle.

E insomma, la strada per il mare è così interessante, che quasi me lo dimentico, il mare. Ma poi lo vedo, in fondo alla strada, e mi ricordo che ci sono la paletta e il secchiello lì, che mi aspettano. E allora ricomincio, a mettere un piede davanti all’altro.

 

 

Come quando fuori piove

Ci sono le nuvole nere nere, come quando fuori piove. Ci sono le luci nel cielo, come quando fuori piove. Ci sono i rumori dal cielo, come quando fuori piove. C’è la pioggia che fa tintin sul pavimento, quando fuori piove.

Come quando fuori piove

Ieri pomeriggio c’era un bel sole giallo. Poi sono arrivate le nuvole nere. Poi ho visto le luci nel cielo. Poi ho sentito i rumori dal cielo. E poi è arrivata la pioggia. Tanta tanta tanta. Anzi, tutto tanto. Tante nuvole nere, che hanno riempito tutto il cielo; tante luci, che si vedevano anche se c’era la luce; tanti rumori rumorosi che mi hanno fatto quasi piangere; tanta acqua: dal cielo, dagli alberi, dal tetto. Tanta acqua dappertutto.

Tanta acqua che scendeva dal cielo e finiva per terra, e per terra rimbalzava prima di tornare per terra. E per terra faceva delle grandi pozzanghere, così grandi che nemmeno Peppa Pig e il suo fratellino George avevano mai visto. E che nemmeno io, avevo mai visto. Così grandi che qualcuna non era più una pozzanghera, ma era diventata un piccolo fiume, che correva portandosi via fiori, foglie e sassolini.

A me, non piaceva tanto quello che succedeva. Mi spaventava, un po’. Si, spaventava anche me, che sono un bambino coraggioso coraggiosissimo. Erano tutte quelle luci, tutti quei rumori, che non mi piacevano proprio. Avrei voluto che smettessero, che tanto, che pioveva, lo avevamo capito tutti. Non c’era mica bisogno di continuare a fare tutto quel rumore. Non poteva continuare sì a piovere, ma in silenzio?

E poi, così come è arrivata, la pioggia se n’è andata. Sono finiti i tintin dell’acqua nelle pozzanghere, sono finiti le luci e i rumori, sono andate via le nuvole nere. Ed è tornato il sole. Perché, dovete sapere, alla fine il sole torna sempre.

 

 

Il pilota di triciclo

Io sono diventato un guidatore. Anzi, un pilota. Un pilota di triciclo. Mi hanno dato un foglio dove c’è scritto abilitato, che vuol dire che sono bravo. Anzi, bravissimo. Ma non è che sono sempre stato pilota, eh! Mi sono dovuto allenare, tanto. Tutti i giorni. A tutte le ore. O quasi. Ma solo perché a tutte le ore la mia mamma non ha voluto. Diceva noalle3dipomeriggiocon35gradino. E allora niente allenamento alle tre di pomeriggio con trentacinque gradi. Ma dopo si, eccome!

Il pilota di triciclo

Il mio è quello blu, eh!

Prima mi sono allenato a camminare. Eh si, perché prima non ero mica capace di camminare da solo, come so fare adesso, e allora mi appoggiavo al mio triciclo e lo spingevo. E così andavamo dove volevamo. E abbiamo cominciato a fare un po’ di amicizia. Ci siamo stati subito simpatici, devo dire. Poi, sono salito in sella, e lì è cominciato il divertimento. Cinture allacciate, acchiappato il manubrio, e via! La mamma ha cominciato a spingere, e io a fare brum brum brum. E siamo partiti per mille avventure.

Il pilota di triciclo

Pronti? Via!

Ci siamo divisi i compiti, io e la mamma: io muovevo il manubrio di qua e di là, telefonavo e leggevo le meil con il  mio telefono, mi guardavo intorno controllando la situazione, agitavo i piedi avanti e indietro; la mamma spingeva. Con il telefono, il portafoglio e le chiavi nella mia borsetta blu, poteva spingere con tutte e due le mani. E se spingendo spingendo le veniva sete, ecco l’acqua nel portabottiglie! Perché non ci manca mica niente, a noi.

Il pilota di triciclo

Più veloce, mamma!

Se solo avessi avuto le gambe un pochino più lunghe, poi, avrei potuto pedalare da solo, e andare veloce. Perché si, è bello quando c’è qualcuno che ti spinge, ma è ancora più bello se riesci a spingerti da solo. Ed è questo quello che io farò, con il mio triciclo blu. Pedalerò e me ne andrò in giro a scoprire il mondo. Sempre con il mio triciclo, sempre lo stesso. Che continuerà ad accompagnarmi nelle mie avventure. Perché lui riesce sempre ad essere quello giusto: per quando ero piccolo, e mi stancavo in fretta, e qualche volta succedeva che mi scappava di fare un pisolino, e bastava mettersi un po’ sdraiato e chiudere gli occhi; per ora che sono medio, che voglio essere libero di osservare tutto quello che mi sta attorno; per quando sarò grande, e avrò voglia di pedalare per scoprire sempre nuove strade. Perché lui è sempre quello giusto, il mio triciclo blu.

Il pilota di triciclo

Brum brum brum!

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Ogni cosa al suo posto

Ci sono i posti per tutte le cose, e ogni cosa ha un suo posto. E ci deve andare, al suo posto. Che è il posto pensato per lei, quello in cui riesce a trovarsi bene. Anzi, meglio. È il posto che ha proprio la forma giusta, proprio per quella cosa.Ogni cosa al suo postoIo ho un gioco, in cui devo mettere ogni cosa al suo posto. Ogni cosa ha il proprio colore e la propria forma, e anche il suo posto. Per i tondi azzurri c’è un posto tondo e azzurro, per i quadrati verdi un posto tondo e verde, per i mezzi tondi gialli un posto mezzo tondo e giallo. Facile, no? No.

No, perché ci sono i tondi che sembrano quadrati, i verdi che sembrano azzurri, i mezzi tondi che non girano come si deve. E anche quello che sembrava facile, diventa difficile. E poi ci sono anche gli animali, che hanno tante gambe, braccia, teste, code, che non sai mai dove metterle. Girali di sopra, rigirali di sotto, non trovano mai il loro posto. E nemmeno spingere forte funziona, a volte.

E poi ci sono i pezzi monelli, quelli che sembra che abbiano il loro posto nel mio gioco, e invece no. Sono lì per sbaglio. E fanno i furbi, perché vogliono cercare di entrare anche loro, e prendersi un posto che è di un altro pezzetto. Ma io me ne accorgo, e li tolgo subito. Oppure, proprio non li faccio entrare.

Per fortuna che ho scoperto un trucco. Ve lo dico, ma non ditelo a nessuno. Mi raccomando, eh! Quando volete far entrare un pezzo ma proprio non ci riuscite e non sapete come fare, allora aprite la porta grande. E ce lo mettete dentro, senza farvi vedere. E poi richiudete veloci veloci la porta. Così, il pezzetto trova il suo posto, e nessuno se ne accorge, che avete usato un trucco.

Caldo caldissimo, sudato sudatissimo

Qui, fa un caldo caldissimo. Proprio caldissimo caldissimo. Che basta respirare, e sudi. E non sudano mica solo i pensieri, eh. No no, suda tutto. Dalla punta dei capelli alla punta delle unghie dei piedi, suda tutto. A me sudano i capelli. O meglio, mi suda la testa dove ci sono i capelli. E anche dove non ci sono, ma ci dovrebbero essere.

Caldo caldissimo, sudato sudatissimo

Mi sudano così tanto che mi si riempie la fronte di goccioline, e poi di gocciolone. E poi mi si riempiono gli occhi di lato, le guanciotte, e il collo. E poi, il sottocollo. Che è piccolo, ma i goccioloni ci passano lo stesso. Certo, poi restano intrappolati, perché non riescono più ad uscire. Però ci arrivano, e mi fanno bagnare tutte le magliette, ché già ho i denti che mi fanno sbavare, mi ci mancavano solo i goccioloni del sottocollo.

E poi, mi suda il pannolino. O meglio, quello che ci sta sotto. O dentro, dipende da come lo guardate. E mi vengono tutte le bolle rosse, per il bagnato. Ci ho provato io, a stare senza pannolino, ma mi è scappata un po’ di pipì ed è finita che poi mi sono trovato bagnato lo stesso. Anzi, mi sono trovato pure i piedi bagnati. E quindi, ho pensato che forse il pannolino era meglio. Anche perché tutta quell’arietta fa venire voglia di farla, la pipì.

Insomma, proprio una scocciatura, questo caldo caldissimo che ti fa diventare sudato sudatissimo. Che ti fa sudare anche i polmoni, oltre che i pensieri. Che ti fa sudare anche i capelli. Che ti fa sudare anche il pannolino. Che ti fa sudare persino le canottiere, e non parliamo poi delle magliette. Che ti fa sudare persino i sandaletti, che ti  lasciano la forma sui piedi. Che fa sudare perfino il gelato, e per questo bisogna sbrigarsi a mangiarselo tutto.

 

I bagni difficili

Io sto facendo i bagni difficili. Ma difficili difficili, eh. Così difficili che sono gli altri che me lo dicono, che sono difficili. Mica lo dico io. Anche se lo penso, che sono difficili. Quelli in piscina erano bagni facili, perché lì l’acqua era ferma, e poi c’era il bordo a cui potersi attaccare. Nel mare ci sono le onde, che vanno su e giù. E questo non sarebbe un problema, se anche io andassi su e giù insieme alle onde. Invece no, a volte io vado giù quando le onde vanno su, e ci finisco sotto. Oppure le bevo, le onde.

I bagni difficili

Perché a me stare nella ciambella non mi piace, mi sento stretto. E nemmeno le ciambelle per le mani mi piacciono. Io non ci voglio infilare le braccia lì dentro, ché poi chissà se riesco a tirarcele fuori. E ve lo immaginate, andare sempre in giro con quelle cose lì sulle braccia? Nn si riesce nemmeno a mangiare!

E allora io faccio il bagno con il mio papà. Si, ché se aspetto la mia mamma che entra in acqua e si bagna la pancia arriva l’ora di tornare a casa. Perché è lenta, quella lì. Invece il mio papà no, lui fa i tuffi, e pure i bagni difficili. Mi mette le mani sotto le ascelle, e io cammino. A volte corro, pure. Corro dietro alla mia mucca bianca e rosa, che è la mia compagna di bagni difficili. E poi faccio la stella marina, con la testa sopra la spalla di papà, e muovo le gambe vicine e lontane, lontane e vicine.

E quando mi sento proprio coraggioso, allora faccio i tuffi pure io. I tuffi piccoli, però, ché sono ancora piccolo per fare i tuffi grandi. Perché se faccio i tuffi grandi ora che sono piccolo, da grande poi cosa faccio?