Un piede davanti all’altro

Sto imparando, a mettere un piede davanti all’altro. Un passo, poi un altro, e poi un altro ancora. Per andare dove voglio, per fare tutta la strada che mi serve, per arrivare dove voglio. Perché anche quello che prima era lontano, ora diventa vicino. Ogni passo un po’ più vicino, sempre più vicino.

Un piede davanti all'altro

Ci sono tante cose che devo fare, prima di poter mettere un piede davanti all’altro. Devo riuscire a mettermi dritto, sui miei piedi. E mi serve qualcosa a cui aggrapparmi, che posso tirare per tirare su il sedere. Qualsiasi cosa va bene: una mano, una sedia, un muro, una gonna, una gamba del tavolo, una gamba e basta. Ed eccomi, dritto come uno spaghetto.

Ora che sono su due piedi, devo cominciare a muoverli, questi piedi. E allora appoggio prima le mani, poi sposto i piedi. Prima vanno le mani, poi seguono i piedi. Mani sul muro, mani sui divani, mani sui letti, mani dappertutto. E dietro, due piedi: vicini e lontani, vicini e lontani, vicini e lontani. C’ è però un problema, così. Perché così non si riesce a vedere bene dove si va. Perché dove si va, di lato, non è dove si sta guardando, davanti. E questo può creare qualche problema.

Ma ci può essere una soluzione: mi tengo con una mano sola, e mi giro a guardare in avanti, che guardare dove si va è sempre una buona idea. E poi, si può scegliere con che mano tenersi: quella di qua, o quella di là. O anche un po’ una e un po’ l’altra, eh.

Oppure, si può anche fare così: si mette un piede davanti all’altro, e tutto il resto viene da sé.

 

Il vestito con gli occhi a mandorla

Io ho un vestito con gli occhi a mandorla. Che ha uno strano profumo di ciliegie e di riso, di pesce e di pulito. Con strani disegni che non riesco a capire, con disegni che ho imparato a riconoscere. Ha fatto un lungo viaggio, arriva da lontano: arriva dalla città degli occhi a mandorla.

Il vestito con gli occhi a mandorla

Io non ne avevo mai visti prima, di questi vestiti strani: ora vi spiego come funziona, così lo imparate anche voi. Da una parte si mette la testa, dall’altra si infilano i piedi; le braccia, di lato, una di qua e una di là. Io comincerei dalle braccia, ché sono quelle più facili. Si, quei due tubi sono le maniche, se ci mettete le mani dentro poi riuscite a trovare il posto anche per la testa. Va in mezzo, la testa, fra le braccia. Ah, lo avevate capito?

No, non è un mantello, davanti lo dovete chiudere. Lo vedete che ci sono due piccoli pezzetti, lunghi e stretti? Ecco, prendeteli e fateli rimanere vicini. Poi ce ne sono altri due, li avete visti? Ecco, ora fate lo stesso. Così avete anche la pancia al coperto, ché è sempre meglio. No, non avete ancora finito: c’è un’ultima cosa da fare. Ora dovete mettere a posto soltanto le gambe.

Questo pezzo è un po’ difficile, state bene attenti. Allora, vedete che ci sono due bottonicini davanti ad una gamba, due bottoncini davanti all’altra e quattro bottoncini sul sedere? Come, quelli sul sedere non li vedete, perché il sedere è dietro? Avete ragione, però ve lo dico io: i bottoncini, sul sedere, ci sono. Ora dovete solo metterli insieme, uno della gamba con uno del sedere, fino a quando non avete finito. Fatto?

Se siete stati bravi, e se avete fatto tutte le cose per benino, ora siete bellissimi. Bellissimi nel vostro vestito con gli occhi a mandorla. E un po’ una mandorla lo sembrerete anche voi, con la panciotta cicciona chiusa dai fiocchetti.

 

Cosa mi è piaciuto, questa settimana

Ieri sono andato in un posto bellissimo. Sono andato a fare una passeggiata con la mia mamma e il mio papà dove ci sono quei due fiumi in mezzo ai palazzi, la gente che passeggia e i tavolini in mezzo alla strada. C’erano anche le persone che vendevano le cose, ieri: vestiti colorati, musica e quelle cose che le femmine si mettono al collo e alle orecchie e che fanno rumore quando si muovono.

Mercato metropolitano

E poi siamo finiti in quel posto che mi è piaciuto tanto, pieno di fiori rossi e rosa nelle cassette colorate, di grandi tavoli di legno, di sedie allegre. Di bambini, nei passeggini e con le biciclette, addormentati o sorridenti, curiosi o distratti. Di mamme e di papà che spingevano passeggini o correvano dietro alle biciclette, discutendo su cosa scegliere: il pollo con le patate o la pizza, la frutta a pezzetti o la fetta di torta. Di odori: del pane morbido e della torta ancora calda, della pizza con le verdure e del formaggio puzzolente, del pollo con il fumo o del pesce che non si deve cucinare. Di signorine che dicevano i numeri, e di persone che tornavano indietro con le cose da mangiare: il signor cinquantaquattro con un piatto di pasta, la signora trentotto con due bottiglie di acqua solo, poverina. Di colori: dei fiori e delle sedie colorate, dei grissini e delle lasagne, del legno sul soffitto, delle persone che passeggiavano.

Un posto pieno di cose belle: dei sorrisi delle persone e delle voci dei bambini, del profumo della carne che si cucina e delle risate degli amici, del bello di mangiare insieme. Di un sabato d’estate che ti sembra di essere già in vacanza.

Lo sapete come si chiama questo posto? Si chiama Mercato Metropolitano. Se lo volete cercare, lo trovate qui.

 

Chi (ti) trova (con) un Amiko

Chi (ti) trova (con) un Amiko

Ciao, mi chiamo Filippo e non mi piacciono gli spinaci. Non mi piacciono per niente. Non mi piacciono con niente. Non mi piacciono in nessun modo. Li guardo, e non mi piacciono. Li annuso, e non mi piacciono. Li tocco, e non mi piacciono. Li assaggio, e non mi piacciono. Per niente. Quando li mangio faccio la faccia brutta. E allora ho deciso che non li mangio più. Ma cosa succederebbe, se gli spinaci mi facessero venire male alla pancia?

Ciao, mi chiamo Filippo e la mia mamma si addormenta in tutti i posti. Si, forse è vero che la mattina si sveglia presto. Si, forse è vero che io mi sveglio presto, e sveglio pure lei. Sì, forse è vero che lei rimane sveglia, quando io vado a dormire. Però lei si addormenta in tutti i posti: sul pavimento mentre giochiamo con il trenino, appoggiata al muro quando facciamo le costruzioni. In macchina quando facciamo le gite, sul divano quando leggiamo i libri. Per fortuna, basta camminarle un po’ addosso, e si sveglia subito. Ma cosa succederebbe, se una volta si dovesse addormentare più addormentata della altre?

Ciao, mi chiamo Filippo e il mio papà si scorda tutto. Quando deve andare al supermercato, la mamma gli prepara il foglietto giallo con tutte le cose da comprare, e lui lo lascia sempre a casa. Quando dobbiamo uscire insieme a fare una passeggiata tra maschi, si dimentica sempre il mio ciuccio, e dobbiamo tornare indietro a prenderlo. Quando andiamo a fare il corso in piscina, lui si dimentica sempre il costume – il mio, eh – e mi fa fare il bagno solo con il pannolino per i nuotatori, senza il mio costume elegante con i pesciolini. Ma cosa succederebbe, se si scordasse delle cose che non si deve scordare?

Ci possiamo far aiutare da un Amyko! Ora ti spiego:

Chi (ti) trova (con) un Amiko
Cos’è:
“Amyko” è un braccialetto contenente le tue informazioni mediche di primo soccorso che, in caso di bisogno, possono essere lette immediatamente tramite uno smartphone.

Come funziona:
– Carica le tue informazioni di primo soccorso sul cloud “Amyko”. Saranno protette da una chiave criptata per la tua sicurezza!
– Indossa il tuo braccialetto quando fai sport, quando sei in vacanza, al lavoro, a scuola o semplicemente tutti i giorni!
– In caso di emergenza tali informazioni potranno essere lette avvicinando uno smartphone al braccialetto!

Servizi:
– Direct call. Nel caso in cui non si disponga di un telefono NFC reader è possibile contattare il familiare mediante numero verde e codice identicativo del braccialetto
– Self help. Servizio utile quando non è presente un soccorritore: avvicina il tuo telefono al tuo braccialetto e verrà inviato un sms di emergenza ad un tuo familiare
– Medical reminder. Imposta il reminder direttamente sul tuo dispositivo: un allarme ti ricorderà di prendere il farmaco all’orario prestabilito ed un tuo familiare verrà avvisato mediante sms

Volete supportare il progetto? Date il vostro contributo ad Amiko paretcipando alla campagna di crowdfunding che è appena cominciata su INDIEGOGO!

Volete provare Amyko, come ho fatto io? Se avete un  dispositivo mobile con NFC potete richiedere un prototipo Amyko in anteprima come “Early Adopter” attraverso questo link:

Questo post nasce da una vera conversazione e collaborazione con Amyko su own your conversation

Il capitano dei monelli

Io sono il capitano, il capitano dei monelli. Il capitano dei monelli di tutta Milano. Sono il più monello dei bambini di tutta Milano. Il più monello di tutti, il più monello dei monelli. E comando gli altri monelli, spiego come si fa a diventare ancora più monelli. Anzi, glielo faccio vedere, così lo capiscono meglio.

Il capitano dei monelli

Un vero monello fa sempre quello che vuole. Soprattutto, fa le cose che non si devono fare. Perché le cose che ti dicono di non fare sono quelle più divertenti. Se ti dicono di non mettere le mani in quel cassetto, è perché lì ci devono essere delle cose bellissime. E quindi bisogna guardarci dentro. Se ti dicono di non toccare una cosa, quella cosa sarà sicuramente più interessante di tutte quelle che hai toccato fino a quel momento. E quindi bisogna riuscire a prenderla.

Un vero monello fa sempre quello che vuole. Se ti dicono di non fare una cosa, tu la devi fare. Se ti dicono di non andare da una parte, tu ci devi andare. Se ti dicono di non parlare, tu devi parlare. Altrimenti non sei un vero monello.

Un vero monello fa sempre quello che vuole. Sta sveglio quando è ora di dormire, e dorme quando è ora di stare svegli. Vuole uscire quando è ora di stare in casa, e vuole stare in casa quando è ora di uscire. Vuole mangiare quando non è il momento, e quando è il momento non vuole mangiare. Mmmm, questo forse no. È sempre il momento di mangiare.

Un vero monello fa sempre quello che vuole. E lo deve far capire a tutti, che lui è un vero monello. Lo deve gridare a tutti. Nessuno deve avere dubbi, per tutti deve essere chiaro. Tutti devono essere preparati. Lo devono sapere, così non si arrabbiano.

E quando vedi che si arrabbiano, tu ridi. Funziona sempre, parola di monello.

Del perché le cose cadono

Le cose cadono. Vanno da su a giù, da sole. Ma da sole su non ci tornano. Ce le devi far tornare, o sperare che qualcuno lo faccia per te. Tante volte, perché le cose cadono tante volte, e non riesco proprio a capire perché.Del perché le cose cadonoSono seduto nel mio passeggino, e me ne sto andando in giro tranquillo. Nella mia mano c’è la mia macchinina della polizia, proprio quella che mi piace tanto. Ci sto giocando, la sto facendo correre veloce sulla mia pancia, da una parte all’altra. A un certo punto apro la mia mano, e la macchina cade, per terra.

Sono nel mio seggiolone, e sto facendo la mia colazione. Il latte me lo sono già mangiato, ora è arrivato il momento del biscotto. Me lo sto girando tra le mani per decidere da che parte cominciare a mangiarlo. Me lo guardo per bene, e decido. Allora mi preparo, apro bene la bocca, ci metto dentro un pezzo di biscotto e poi chiudo la bocca. Mentre sto masticando il mio biscotto con i miei sei denti, mi accorgo che un pezzetto del biscotto che ho ancora in mano sta per cadere per terra. Nemmeno il tempo di dire uhuhuhu, ed è già per terra.

Sono nella vaschetta, sto facendo il bagno. Decido che per la mia paperella gialla è arrivato il momento di vedere un po’ il mondo. Allora mi alzo in piedi e la metto sul bordo della vasca. Lei è felice, lo so, perché può finalmente guardare fuori. Allora io provo a darle una spinta, poi un’altra, poi un’altra ancora, e non la vedo più. E’ caduta per terra, sul pavimento, con il sedere per aria.

Soni in piedi, attaccato al muro. Una mano sul muro bianco, e l’altra pure. Cammino lungo il corridoio, vado verso la cucina. Un piede davanti all’altro, faccio un passo dopo l’altro. Sono quasi arrivato in cucina. Lascio un attimo il muro e sono per terra. Come la macchina, come la briciola, come la paperella.

Beh, ve lo posso dire? A me, questa storia che le cose cadono proprio non mi piace. Per niente. Non si può fare qualcosa?